Ah, l’Italia. Quando penso al mio paese, penso al cibo, ai bellissimi paesaggi, all’amore, alla storia. Il nostro Paese è stato la culla di geni dell’arte come Michelangelo, Leonardo, Caravaggio, di scrittori come Dante, Pirandello, Manzoni, e lo è anche oggi di grandi attori, registi, stilisti… l’Italia è la patria anche della creatività.
Però a quanto pare è anche la patria dei NEET: infatti, stando ai primi risultati che appaiono cercando “neet italia” su Google, oltre il 25% degli italiani di età compresa tra i 18 e i 24 anni non ha un lavoro, non studia e non si sta formando in nessun modo.
Una disgrazia insomma. Però… perché?

Prima di andare avanti, disclaimer: non sono abituato a parlare in modo serio della società né di politica (dopotutto mi ritengo apolitico), né mi piace farlo in quanto è troppo facile cadere in discussioni inutili in cui invece che esporre le proprie opinioni, si vuole solo litigare perché ognuno è convinto di avere ragione punto e basta. Quello che sto per fare è parlare delle mie esperienze personali, di quelle della gente che mi circonda, e dare una mia opinione basandomi su ciò che sto vivendo, e dovendo fare un po’ di tutta l’erba un fascio perché è quasi impossibile poter considerare tutte le diverse sfaccettature. Se non ti trovi d’accordo e questo post ti innervosisce e hai voglia di urlare il tuo disappunto, stica. Se invece vuoi tirarne fuori una VERA discussione che può portare a QUALSIASI CONCLUSIONE, dopo ti dico come.

Torniamo al perché.

Nel momento in cui cominciai a scrivere questo post, mi ero da poco ripreso da un’ira tremenda ed un attacco di panico che hanno seguito l’ennesimo litigio con mio padre. Parliamone pezzo per pezzo.
Voglio costruirmi una carriera che giri intorno alla scrittura, ovvero scrivere per dei blog, fare l’editor, fare cose come il copywriter, scrivere video per degli youtuber (infatti mi candidai come scrittore per LinusTechTips), e soprattutto vorrei scrivere dei miei libri e delle mie storie, arrivando al punto in cui potrei essere uno scrittore a tempo pieno, ma continuando a fare altro per puro interesse; oltre a questo, vorrei anche tirare fuori qualcosa dalla fotografia, provare a fare musica anche solo come hobby, e se mi gira fare qualche video su YouTube di vario genere. Insomma, voglio sfruttare la mia creatività, la mia curiosità, e il mio spirito critico. Ora come ora, a lui ho detto solo dell’editoria perché è la cosa più facile da fargli capire, oltre ad essere quella che ha la probabilità più alta di portarmi dei soldi in tasca a fine mese.
Mio padre, invece, vuole necessariamente che trovi un lavoro, in questo istante, uno qualsiasi, non importa cosa sia, basta che mi tenga fuori da casa il più tempo possibile. Non gliene importa nulla della mia carriera, dei miei sogni ed aspirazioni, non vuole nemmeno lasciare che ci provi. L’unica cosa che vuole è strapparmi le ali e chiudermi da subito nella routine del 9-to-5.

Per i nuovi arrivati: ho compiuto 20 anni da poco. Non sono un trentenne che non ha mai combinato nulla.
Sono un ragazzo che si è ritrovato da poco buttato nel mondo degli adulti in seguito ad una crisi d’identità che l’ha portato ad abbandonare l’università, perché ho capito che non voglio che l’informatica sia il mio futuro, ma che resti un hobby. Voglio solo la possibilità di realizzarmi, o almeno di poterci provare.

In questi mesi, ho cercato su internet storie di gente che ha provato a fare quello che voglio io, inteso come volersi costruire una carriera che non sia stare 9 ore in fabbrica o in ufficio a fare nulla che a fine giornata ti renda felice. Le storie erano, per la maggior parte, l’una diversa dall’altra, dato che ognuno ha le sue aspirazioni e delle famiglie di tipo diverso, ma avevano una cosa in comune: i loro genitori, per qualcuno sin da subito, per altri dopo varie discussioni, gli davano una possibilità.
Con “dare una possibilità” non intendo solo che li spronavano a provarci, anzi, molti sembravano opporsi; per me il “dare una possibilità” è anche il semplice non stare addosso ai propri figli per buttarli giù ogni singolo giorno, a minacciarli, a dire loro che sono un fallimento, che non sarebbero dovuti mai nascere. Per me anche un “fai come vuoi, ma poi non venire a piangere da me” è dare una possibilità, anche se è solo per un limitato periodo di tempo, è giusto anche così perché se dopo un certo punto non si ha nessun risultato, bisogna capire se bisogna andare oltre.
Per farla breve, fuori dall’Italia mi è sembrato di notare che i genitori capissero quand’è il caso di farsi da parte e di dare spazio ad una persona, che guarda caso è la carne della loro carne. Il mio Paese, invece, mi è sembrato il Paese delle opportunità negate.

Ora, sono cosciente che il mio è un caso estremo, in quanto mio padre è una persona narcisista e violenta, che anche all’estero ci siano persone come mio padre, e che in Italia ci siano persone fantastiche; però molte delle persone che ho intorno hanno dei genitori che preferirebbero vedere i figli lavorare in miniera, piuttosto che dargli un po’ di tempo per diventare ciò che vogliono.
Questo perché, in mia opinione, gli italiani non accettano che un lavoro che non comporti sforzo fisico costante e concreto, o non ti faccia restare chiuso nello stesso posto per un terzo della giornata, sia un vero lavoro.

Forse è invidia, forse è solo una mentalità stupida senza vere fondamenta (rimasugli del fascismo?), non so quali siano le cause di questi atteggiamenti, ma sono atteggiamenti che noto nella realtà che mi circonda. La “mia realtà” è il centro Italia, e le persone di cui parlavo sono un po’ della mia zona, un po’ del sud. Non ho dati sul nord, mi dispiace.

Come si collega tutto ciò con i NEET?

Il motivo per cui io non mi sto ammazzando per cercare un lavoro, e per cui non ne voglio uno al momento, è che mi toglierebbe il tempo che userei per fare corsi di editoria, per scrivere articoli con cui farmi conoscere, per scrivere storie, per raccogliere materiale, e così via.
Che poi, in realtà non è vero che sono totalmente senza lavoro, dato che un fotografo del mio paese è ben intenzionato a darmi un posto da assistente e a lasciarmi fare gran parte (se non tutta) della post-produzione.
Ovviamente, secondo la gente che mi circonda, quello non è un vero lavoro. Cioè dai, la fotografia, che ci vuole a prendere la mira e premere un pulsante. E poi la gente non si sposa più, i figli non nascono e quindi non li battezzano e non fanno le comunioni.
Stessa cosa l’editor, i libri non li compra più nessuno, la gente non legge, non ti arricchirai mai (perché i soldi sono l’unica cosa importante e gli operai invece sono ricchi sfondati).

Opportunità negate.
Questa è la mia realtà.
Sono un NEET. E lo sono perché alla gente non piace il lavoro che voglio fare, quindi decidono di non lasciarmi la possibilità di farlo.

Se ad un ragazzo non lasci la possibilità di provare di fare qualcosa, questo si ritrova davanti poche possibilità.
Se è disposto ad arrendersi al peso che gli viene buttato contro, può scegliere di diventare un wage slave. Una persona infelice, irrealizzata, con delle capacità sprecate, che si abbandona alle norme imposte dalla società e cerca di convivere con tutto ciò.
Se invece è della razza più sfigata, quella che non è capace di accettare la strada che cercano di imporgli, quella che se non può nemmeno tentare con il rischio di fallire preferisce abbandonare tutto, diventerà un NEET.
Esiste una via di mezzo, chi prende la prima strada fino a poter diventare indipendente, per poi lasciare il lavoro e dedicarsi ad altro, ma non è sempre possibile: è una scelta che necessita di una grande forza interiore e capacità di sopportare una situazione spiacevole, ma non tutti hanno questa forza (io sono consapevole di non averla) e non si può pretendere che tutte le persone ce l’abbiano.

Chiariamoci, non voglio romanticizzare tutto, c’è gente che rifiuta il lavoro e basta, altri che provano un vero malessere psicologico all’idea di dover lavorare, e anche loro sono parte di quel 25%.
Ma allo stesso tempo è ingiusto dire che siano tutti in questo modo. Il mio potenziale represso ed inespresso non può essere paragonato a questo.

Invece che decidere per gli altri che lavoro sia un vero lavoro, dobbiamo dare ai giovani la possibilità di provare. Nel caso peggiore, è passato un anno o poco più in cui hanno tentato e fallito, si sono levati il sassolino dalla scarpa, e possono iniziare a cercare un lavoro che può essere o non essere uno di quei veri lavori, in base alla loro fortuna. Nel caso migliore, invece, sulla Terra ci sarà una persona in più che potrà dire di essere realizzata o addirittura felice.
Però alla gente questo non va bene. Mi viene da pensare che alla gente faccia male vedere delle persone felici, quando magari proprio a loro è stata negata questa felicità, forse proprio perché nessuno ha voluto dar loro una possibilità.

Per me la frase “il lavoro nobilita l’uomo” è una grandissima cazzata, perché ogni persona che la usa con convinzione ha anche la sua lista di “veri lavori” e “non lavori”, e crede di poter giudicare tutto e tutti.
Tutti a giudicare la gente che fa soldi pubblicando video su YouTube, pubblicando foto su Instagram, facendo gli influencer, perché brucia il culo a forza di vedere gente che guadagna soldi facendo (apparentemente) niente se non quel che piace.
Ma la verità è che se vogliamo avere meno NEET, dobbiamo cominciare ad avere meno stronzi.


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